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Angelus Domini, preghiera mariana semplice e profonda

5
OTT
2012
archiviato in spiritualità

Preghiera mariana, semplice e profonda, di sapore biblico e cara alla pietà popolare cristiana. Con essa si fa memoria, tre volte al giorno, del mistero dell’Incarnazione.

di fr. Esterino Biesuz - L’appuntamento domenicale del Papa con i fedeli e i pellegrini è caratterizzato dalla recita domenicale dell’

Angelus

Domini, sostituito nel tempo pasquale dall’antifona Regina coeli. La televisione ha riportato questa

preghiera

tradizionale nelle nostre case, ma da sempre è il suono delle campane a ricordare ai cristiani, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, la bella pratica della recita dell’

Angelus

, commemorando così il mistero dell’annuncio a Maria e l’Incarnazione del Figlio di Dio nel grembo della Vergine di Nazaret.
L’ 

Angelus

affonda le sue radici nella pagina evangelica di san Luca (cf 1,26-35); da essa trae la sua ispirazione, ma fiorisce sulle labbra del credente salendo dal cuore per colorire le nostre giornate, aprendo un orizzonte di grazia nella fatica quotidiana
Presi da mille cose da fare, spesso schiacciati dagli impegni e dai ritmi frenetici che la società ci impone, l’

Angelus

è un’oasi di ristoro per la nostra esistenza. Oggi il suono delle campane, che ci richiamano alla

preghiera

, è coperto dal frastuono dei rumori della vita moderna, ma non ci sarebbe bisogno delle campane per recitare l’

Angelus

: «Se le mutate condizioni dei tempi hanno oggi spento la voce ammonitrice di tanti nostri campanili, è pur vero che invariati rimangono, per la maggior parte degli uomini, quei momenti caratteristici della giornata: mattino, mezzogiorno e sera, i quali segnano i tempi della loro attività e costituiscono un invito a una pausa di

preghiera

» (Paolo VI, Es. Ap. Marialis cultus, n. 41). Sentiamo tutti, quindi, la necessità di sostare qualche minuto per lasciarci incontrare dall’autore e fonte della nostra vita, per dare valore al tempo, per rivitalizzare la nostra relazione filiale con Dio.

Un po’ di storia
La storia dell’

Angelus

è molto antica e ha origine dalla

preghiera

, che fin dagli inizi del cristianesimo, i fedeli recitavano, l’Ave Maria, per ricordare il saluto dell’angelo a Maria, in un contesto liturgico. Nel VI secolo questo saluto fu inserito nella liturgia latina come antifona alla presentazione dei doni della quarta domenica di Avvento: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno». Tale uso liturgico aprì la strada all’

Angelus

, che si sviluppò progressivamente fino a prendere la forma che conosciamo oggi e che in origine, circa mille anni fa, veniva recitato soltanto al mattino.
Durante il medioevo la diffusione e la consuetudine di recitare la nostra

preghiera

era ormai consolidata in quasi tutte le chiese e il vescovo Odo di Soliac, nel 1197 in Francia, decretò che i sacerdoti avrebbero dovuto esortare i fedeli a recitarla. La prima notizia certa, però, sull’

Angelus

risale al 1269, al tempo in cui era Ministro Generale dell’ordine francescano san Bonaventura da Bagnoregio, detto il «dottore serafico». Fu un Capitolo Generale dei Frati Minori, tenutosi a Pisa in quell’anno, che prescrisse ai religiosi di salutare la

Madonna

ogni sera con il suono della campana e la recita di qualche Ave Maria, ricordando il mistero dell’Incarnazione del Signore. Fu stabilito anche che i frati nei discorsi persuadessero il popolo a salutare alcune volte la beata Vergine Maria al suono della campana di Compieta (alla sera, quindi), perché era opinione di alcuni insigni dottori che in quell’ora essa fosse stata salutata dall’angelo.
Papa Benedetto XIII, nel 1724, fissò la formula attuale e Benedetto XIV, nel 1742, stabilì che nei giorni di domenica l’

Angelus

si recitasse in piedi e prescrisse che nel tempo pasquale fosse sostituito dall’antifona Regina coeli, di origine medievale. Paolo VI, nel 1974, aggiunse una

preghiera

conclusiva alternativa, tratta dall’orazione iniziale per la festa dell’Annunciazione.

La fede di Maria

L’ Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria con la parola Kaire, (Rallegrati). Questa non è un’esortazione di ordine secondario; è la prima parola rivolta dall’angelo a Maria, la prima parola che il Padre fa risuonare ai suoi orecchi, nel momento fondamentale dell’annuncio di salvezza che egli desidera comunicare all’umanità. L’ invito alla gioia è, dunque, di primaria importanza, perché in questo invito appare lo scopo di tutta l’opera di salvezza.
Tutto ciò che ha voluto il Padre, tutto ciò che l’ha spinto a mandare suo Figlio nel mondo era orientato verso la nostra gioia, la nostra felicità. Siccome egli voleva suscitare la più ampia cooperazione di Maria alla sua opera, desiderava che ella fosse associata a questa intenzione sovrana e che il primo movimento dell’anima della cooperatrice le facesse condividere il primo movimento dell’amore divino paterno verso gli uomini. Maria doveva essere la prima che avrebbe fatto l’esperienza della gioia preparata dal Padre per i suoi figli.
Entrando in questa gioia, Maria sarebbe stata anche la prima a diffonderla. Espressamente, l’invito le era rivolto come alla persona che rappresentava la figlia di Sion e portava in se stessa il destino non solo del popolo eletto, ma dell’umanità che beneficiava dell’amore divino che salva. Aveva dunque come missione di comunicare agli altri la propria felicità, una missione che corrispondeva anche al compito materno che le era attribuito nel disegno di salvezza. Una madre desidera condividere con i figli le sue gioie. Dal cielo, Maria ha ricevuto come primo compito la missione di rallegrarsi: è il segno dell’importanza della gioia agli occhi di Dio. Questa importanza è stata posta in luce dal primo momento dell’annunzio della buona novella. In seguito sarà confermata in tutto l’insegnamento di

Gesù

, non solo nella dottrina delle Beatitudini, ma in molte circostanze, più specialmente nelle parole pronunciate al momento doloroso della Passione. Il racconto dell’Annunciazione ha il grande merito di ricordarci la prima chiamata alla nuova gioia, destinata a orientare tutta la nostra vita.

Eccomi, sono la serva del Signore.
Ricolma di gioia, Maria è in qualche modo condotta con tenerezza, a rispondere sì, e le sue parole mostrano il vertice dell’abbandono disponibile di una creatura al Padre. Origene, riguardo alla risposta di Maria, afferma: «Con questa sua risposta è come se Maria dicesse a Dio: Eccomi, sono una tavoletta da scrivere. Lo scrittore scriva ciò che vuole, faccia di me ciò che vuole il Signore di tutto». Il sì di Maria rappresenta anche un modello di accoglienza e ospitalità. Non dobbiamo, però, pensare che il suo abbandono fosse cieco o costretto: Maria non rinunciò alla propria personalità, ma si aprì col cuore alla gratuità. La sua non fu una rinuncia ma una scelta libera per la vita, propria e degli altri. Non si considerò espropriata di nulla e per questo divenne «terreno» fertile. Sorprende sempre il modo di fare di Dio: mai Egli impone la sua volontà all’uomo. Con tenerezza, con rispetto trasforma «dal di dentro» il cuore della creatura fino a quando essa non è pronta a rispondere. Il sì di Maria viene da lontano, è una preparazione che nasce, cresce e si sviluppa nell’arco di tutta la vita, in una relazione sempre più profonda tra lei e Dio Padre.

E il Verbo si fece carne.
Momento fondamentale per la vita di Maria, e di noi tutti, è la nascita del Verbo di Dio che si fa carne. Oltre all’accoglienza col cuore Maria accolse col proprio corpo, «sentì, cioè il peso fisico di un altro essere che prendeva dimora nel suo grembo di madre» (don Tonino Bello). Un bambino che nasce stravolge la vita dei genitori che devono cambiare le proprie abitudini, adattarsi ai ritmi del figlio; di certo non è un compito facile. Anche per Maria non vi furono sconti: la immagino con generosità e trepidazione preparare il giaciglio per il Figlio di Dio; immagino i suoi pensieri per questa sua creatura così speciale e anche la fatica nel comprendere la volontà del Padre. Tutte queste fatiche furono vissute da lei come obbedienza alla Parola di Dio, che fa di Maria la prima discepola del Cristo. La tradizione cristiana ci ricorda che nella generazione verginale di Maria e nella sua obbedienza è redenta la disobbedienza di Eva. Da questo momento tutto è nuova creazione e gli uomini, nella nascita del Cristo, rinascono dèi (Ivo di Chartres). La Vergine Maria ci insegna a fare lo stesso. Con la nostra esistenza, sempre in ascolto della Parola di Dio, possiamo generare Cristo in noi e negli altri, migliorando la società che ci circonda, donando speranza alle persone che incontriamo. L’ incarnazione del Verbo rese Maria profetica. Nascendo nella sua carne fragile e mortale,

Gesù

la trasfigurò, rendendola capace di saper leggere i segni dei tempi e facendo di lei la prima evangelizzatrice.

Uso liturgico dell’Angelus
L’ 

Angelus

è pregato in tutto il tempi dell’Anno Liturgico, tranne nel Tempo di Pasqua, quando si usa il Regina coeli. Pregato tre volte al giorno, può introdurre la

preghiera

dell’Ora media (l’ora sesta, cioè a mezzogiorno) e dei Vespri (la

preghiera

della sera). Il suo uso, però, non è strettamente liturgico, può essere recitato in ogni luogo al suono delle campane, soprattutto quella di mezzogiorno come è rappresentato efficacemente in un bellissimo quadro del pittore Jean-François Millet intitolato proprio L’ 

Angelus

.
Scrive ancora papa Paolo VI nel documento citato: «La nostra parola sull’

Angelus

Domini vuole essere solo una semplice, ma viva esortazione a mantenere consueta la recita, dove e quando sia possibile. Tale

preghiera

non ha bisogno di restauro: la struttura semplice, il carattere biblico, l’origine storica, che la collega alla invocazione dell’incolumità nella pace, il ritmo quasi liturgico, che santifica momenti diversi della giornata, l’apertura verso il mistero pasquale, per cui, mentre commemoriamo l’Incarnazione del Figlio di Dio, chiediamo di essere condotti “per la sua passione e la sua croce alla gloria della risurrezione”, fanno sì che essa, a distanza di secoli, conservi inalterato il suo valore e intatta la sua freschezza. È vero che alcune usanze, tradizionalmente collegate con la recita dell’

Angelus

, sono scomparse o difficilmente possono continuare nella vita moderna; ma si tratta di elementi marginali. Immutati restano il valore della contemplazione del mistero dell’Incarnazione del Verbo, del saluto alla Vergine e del ricorso alla sua misericordiosa intercessione».
A Paolo VI fa eco Benedetto XVI nell’Esortazione postsinodale Verbum Domini: «Il Sinodo ha inoltre raccomandato di promuovere tra i fedeli la recita della

preghiera

dell’

Angelus

Domini. Si tratta di una

preghiera

semplice e profonda che ci permette di fare “memoria quotidiana del Verbo Incarnato”. È opportuno che il popolo di Dio, le famiglie e le comunità di persone consacrate siano fedeli a questa

preghiera

mariana, che la tradizione ci invita a recitare all’aurora, a mezzogiorno e al tramonto. Nella

preghiera

dell’

Angelus

Domini chiediamo a Dio che per intercessione di Maria sia dato anche a noi di compiere, come Lei, la volontà di Dio e di accogliere in noi la sua Parola. Questa pratica può aiutarci a rafforzare un autentico amore al mistero dell’Incarnazione» (n. 88).

La preghiera
L’ Angelo del Signore portò l’annunzio a Maria.
Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo.
Ave Maria

Eccomi, sono la serva del Signore.
Si compia in me la tua parola.
Ave Maria

E il Verbo si fece carne.
E venne ad abitare in mezzo a noi.
Ave Maria

Prega per noi, santa Madre di Dio.
Perché siamo resi degni delle promesse
di Cristo.

Preghiamo

Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre; tu, che con l’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce, con l’intercessione della beata Vergine Maria, guidaci alla gloria della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

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