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mercoledì 17 febbraio 2016:
Miracolo di San Leopoldo a Loreto
A Loreto si grida già al miracolo di San Leopoldo. A dare l’annuncio stamattina lo stesso Arcivescovo delegato pontificio di Loreto e della basilica di Sant’Antonio da ... leggi tutto
 
il blog di Guarda Con Me

Con Francesco varchiamo la porta della fede - parte 2

2
FEB
2013
archiviato in spiritualità

Seconda parte degli appunti della relazione di Don Chino Biscontin: «La

fede

è un incontro con Dio, mediante Gesù, che matura in una relazione trasformante
»

MO.FRA.NE. - CAPITOLO DELLE STUOIE - Sarmeola 27 ottobre 2012

II - La

fede

è un incontro con Dio, mediante Gesù, che matura in una relazione trasformante

Benedetto XXVI in tre occasioni (nell’esortazione Verbum Domini, nel Motu Proprio Porta Fidei e nella prima Enciclica) sottolinea che  non si diventa

cristiani

perché si accetta una dottrina, perché si accetta un codice etico. A me queste parole hanno fatto venire i brividi,  c’è da fare un salto: chi lo dice non è il cardinale che fino a qualche anno fa presiedeva la dottrina della

fede

e ora, da Papa, mi dice che non è la dottrina che trasmette la

fede

? Sono parole che vanno spiegate e comprese.

“Non si diventa

cristiani

perché si accetta un codice etico di comportamento”: accettare delle norme morali che metti in pratica non ti fa diventare cristiano. Si diventa cristiano perché fai l’esperienza dell’incontro con Gesù, che diventa mediazione dell’incontro con Dio  e diventa relazione stabile: allora Gesù e Dio  influiscono fortemente su di te e determinano un cambiamento su di te, che allora diventi cristiano (S. Paolo diceva: “ Non da sangue ma da Dio”, generati per la Sua  grazia).

Questo non  è un discorso per preti, suore e religiosi,  ma per tutti i

cristiani

:  è una bella novità, e le novità non si inseriscono facilmente nella nostra testa. Umanamente tendiamo ad espellerle, e allora vi racconto una storiellina per capire il ragionamento del Papa.

E’ la storia di Susi, 16 anni. Con il papà non parla ormai da mesi, con la mamma è tutta una baruffa, le sberle volano al fratellino più piccolo, anche a scuola non va tanto (i professori dicono che è lunatica, incostante e maleducata),  neppure i coetanei la considerano tanto (è una banderuola). Questo è il codice etico di Susi, vive così perché è in quel periodo particolare che si chiama adolescenza: la mattina si alza e si vede brutta (capelli, occhi, naso, seno, gambe); c’è da dire poi che nella scuola dove va Susi, c’è Marco, che le piace da morire, ma brutta com’è, come fa ad approcciare Marco? Se indagate sulla idea della vita di Susi, vi dirà che la vita è uno schifo, la famiglia una gabbia di matti, i maschi tutti imbecilli, le femmine tutte oche, la scuola una perdita di tempo.  Incontriamo di nuovo Susi dopo sei mesi : ha ripreso a parlare con il papà, con la mamma si ascoltano, due volte alla settimana aiuta suo fratello a fare le lezioni, a scuola va meglio : cosa è successo ? Marco che è maschio e friulano, dopo 658 volte che Susi lo guardava,  se ne è accorto. Marco ha risposto e adesso sono insieme: ora che Susi ha cambiato codice etico,  la sua visione della vita è che la vita è una bella avventura, la famiglia un luogo dove riposare il cuore, la scuola …  è Marco. Cosa ha fatto cambiare la visione della realtà a Susi? Forse un corso sulla dottrina, un richiamo morale … ? No: un incontro che è diventato una relazione.

Questo ci dice il Papa : si diventa

cristiani

perché si incontra Gesù e questo incontro si traspone in una relazione sempre più profonda che ti avvicina a Dio. L’ascendente, l’ influsso di Gesù è il nome competo dello Spirito Santo, che una volta che entra come fascino di Gesù dentro di te, ti cambia la vita e ti fa diventare cristiano.

Come fare in modo che le persone si incontrino con il Signore  Gesù e maturino l’incontro in una relazione? Questa è l’impresa: quando accade,  chi lo ha vissuto sa che è un miracolo e ne abbiamo bisogno di questi miracoli!

San Francesco

è di una attualità straordinaria, vediamo come lui stesso racconta il suo incontro con Gesù.

”Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza cosi: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

E il Signore mi dette tale

fede

nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelo che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò.”
Francesco non voleva fare il commerciante: lui poteva avere un peso nella società di Assisi, ma apprezzava moltissimo i rapporti affettivi, che invece il padre aveva dovuto sacrificare, e questo per gli affari. A questo Francesco non ci sta, perché lui apprezza la dimensione affettiva e proprio per il suo desiderio di entrare a far parte del mondo dei nobili egli entra in contatto con l’ideale dell’amor cortese, che nasce nelle corti medievali in occasione delle crociate. Un conte parte per la crociata obbedendo al Papa e lasciando moglie e famiglia poco protette; allora chiede al cavaliere fidato di proteggere in sua assenza sua moglie e le sue ricchezze. Pensate a questo cavaliere accanto a questa donna, non può farla sua, sarebbe un tradimento del suo signore, la profanazione del piano divino della crociata, e deve vivere accanto a questa donna solo per dare protezione e per difenderla; è una forma di amore generoso, che diventa affascinante per i giovani di quel tempo (pensate a Dante, Petrarca ecc). L’ideale dell’amor cortese è il faro che guida la vita di Francesco, ma deve essere nobile e lui non lo è, c’è però il fatto che in caso di crisi particolari che esigano un esercito ben fornito di effettivi anche un non nobile poteva chiedere di essere arruolato e se si distingueva in battaglia poteva essere nominato cavaliere (cosa che gli avrebbe permesso di vivere secondo lo stile dell’amor cortese). Da qui l’esperienza giovanile di Francesco, Collestrada e la prigionia.

Quando Francesco torna ad Assisi è un giovane invecchiato, non solo perché gli ci vogliono tre mesi per rimettersi in piedi, ma non ha più nessuna ragione per vivere:  i vecchi hanno i ricordi per cui vivere, i giovani vivono di futuro. Francesco non vuole più andare in guerra, ha capito che non è un torneo, ha visto gli orrori della violenza, vive da depresso, da malato, comincia anche a fare le stramberie che tutti fanno per esprimere il proprio disagio nella vita. Poi un giorno, dopo essersi raccolto in preghiera incontra il lebbroso: dopo il primo istinto di scappare, una forza misteriosa lo fa avvicinare e lo abbraccia: in questo abbraccio Francesco intravede una prospettiva di gioia della vita che lo lascia sbalordito:  con tutto quello che ho (amici, denaro) sono depresso, abbraccio un lebbroso e sono felice? Ci mette un paio di mesi, ma poi capisce cosa gli è accaduto: Gesù lo ha spinto a fare questa esperienza perché non voleva vederlo così male, ora Francesco sa cosa fare del suo amor cortese, lo indirizza a Gesù , comincia a chiamarsi  “araldo del gran re” : è l’ideale di amore gratuito, di dedizione totale al Signore senza chiedere nulla per sé e Francesco trasforma questo incontro in una relazione sempre più stretta. Francesco non arriva a Gesù  perché ha fatto una scuola di teologia o un noviziato: Gesù non è un’idea di cui interessarsi, non è stata una relazione mediata, ma una relazione immediata: questo è il segreto della

fede

di

San Francesco

.

III- La

fede

si nutre di preghiera, guidata dalla Parola di Dio e soprattutto dal Vangelo

San Francesco

è esempio persuasivo: la

fede

si nutre con la preghiera, che prima di tutto è ascolto di ciò che Dio  vuole dirci. Francesco nel testo che abbiamo letto dice “quando il Signore  mi diede dei compagni (l’ ordine è stato fondato da Dio), nessuno mi mostrava cosa dovessi fare”: Francesco prende in mano il vangelo,  il Signore gli fa capire che lui deve leggere il vangelo in maniera semplice, non per raccogliere idee da proporre in una lezione di teologia, o fare una lectio divina: legge il vangelo perché è di Gesù, non dell’evangelista, e Francesco a Gesù vuole un mucchio di bene: che lo capisca o no, che sia solo un pezzetto di carta rotto, è il vangelo di Gesù,  va trattato con rispetto. Il suo è un amore che rompe ogni resistenza: quando capisce un insegnamento di Gesù, Francesco cerca subito di metterlo in pratica, senza se e senza ma, subito, senza resistenza, con il desiderio di capire per poterlo mettere in pratica subito subito. E Francesco consiglia anche ai frati di non andare oltre nello studio  della scrittura finché non avranno messo in pratica la cosa che avranno capito. In caso contrario si tratta di una dottrina e non di un modo di Dio per influire su di te.

La regola di vivere in obbedienza, in castità e povertà significa seguire la dottrina e l’esempio di Gesù: “Va e vendi quello che hai per darlo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Nella chiesa di San Nicola Francesco e l’amico Bernardo di Quintavalle aprono per tre volte il vangelo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me prenda la sua croce …”, “Se uno  non rinnega suo padre e sua madre … “
La

fede

si nutre di preghiera che sempre sia illuminata e guidata dal rapporto con i vangeli e la sacra scrittura e non dal nostro bisogno di emozioni, di sentimenti (“mi piace, ne ho bisogno”);  che sia guidata da Lui, dalla Sua Parola depositata nei Vangeli, da mettere in pratica subito se possiamo).

Anche su questo Francesco è un esempio: dedicava alla preghiera tempi immensi, faceva quattro quaresime in un anno (che sia qui il segreto della sua profondità?!)

IV - La vita di

fede

si realizza in un cammino di santità

Ricevere il Battesimo significa essere resi capaci di diventare santi: abbiamo tutte le possibilità di diventare santi. Chi è consacrato ha anche la forma della santità nel presbiterato e nella vita religiosa. Ma precisiamo: se santità è tendere alla perfezione, sapendo che io non ci arriverò mai posso pensare che allora la santità non è per me. Questo non è corretto: l’idea di perfezione non è contemplata nei vangeli (vedi il  diavoletto che perseguitava S. Paolo). Santità è una volontà seria, costante e

fede

le di mettere in pratica il vangelo man mano che lo capiamo. Facciamo degli esempi: se ho un pediatra, da lui pretendo che non faccia del male a mio figlio, se vado da un commercialista mi aspetto che faccia bene il suo lavoro. Tendere a una santità crescente, ad una somiglianza sempre maggiore al Signore Gesù : questo vuole generare Gesù in noi,  significa accogliere il suo influsso su di noi. Ognuno misuri il punto in cui oggi si trova sul cammino della santità. Se sono prete, devo essere santo nella forma dei preti, ho dei modelli come il Curato d’Ars. Forse in una scala da 1 a 100, sono a 18-19: fino a qui mi viene spontaneo farlo, non mi costa fatica, ma ho anche una risorsa di buona volontà e so che se mi do una spinta posso arrivare a 22, pur con fatica, e se per un anno resto a 22, so che mi verrà spontaneo fare 22 e potrò spingermi a 25 … Allora chiedetevi:  a che punto siete nell’amore di Gesù, nel distacco dell’amor proprio, nel perdono, nel distacco dalle cose … ? E quando avete stabilito il punto, non tornate indietro, cercate di andare avanti e il prossimo anno, quando ci rivedremo, mi direte dove siete arrivati.

La

fede

è un cammino,  un enorme dono. Quanto alla misura e alla forma della santità questo lo stabilisce il Signore : se ha stabilito che arriverò a 50, non mi devo preoccupare; se mi ha chiamato ad una

fede

umile e modesta, non importa, ma la voglio realizzare fino in fondo.

Se questa è la cura che dobbiamo avere della

fede

, Francesco  ha tantissimo da insegnarci. Vorremmo chiedergli: “Francesco come hai fatto?” e abbiamo le sue confidenze, la sua autobiografia spirituale. Francesco, che scrive da poeta, parla di virtù come di dame, che egli venera e alle quali si inchina.
 
Vediamo come egli loda le virtù:
Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa e pura semplicità.
Signora santa povertà,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa umiltà.
Signora santa carità,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa obbedienza.
Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore,
dal quale venite e procedete.
Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].
Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,
chi anche una sola ne offende,
non ne possiede nessuna
e le offende tutte e ognuna
confonde i vizi e i peccati.
La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
La santa povertà
confonde la cupidigia, l’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
La santa umiltà
confonde la superbia,
tutti gli uomini che sono nel mondo,
similmente tutte le cose che sono nel mondo.
La santa carità
confonde tutte le diaboliche
e carnali tentazioni e tutti i timori carnali.
La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
e tiene il suo corpo mortificato
per l’obbedienza allo spirito
e per l’obbedienza al proprio fratello;
e allora l’uomo è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possono fare di lui quello che vogliono,
per quanto sarà loro concesso
dall’alto dal Signore.
E saluto voi tutte, sante virtù,
che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo
venite infuse nei cuori dei

fede

li,
perché da in

fede

li

fede

li a Dio li rendiate.

Francesco parla di virtù ma in realtà parla dell’ itinerario che il Signore gli ha fatto fare. Per capire bene, bisogna capire cosa Francesco intende per “mondo” e “carne”:  non intende corpo o sessualità o ciò che è fuori dal convento. Per “carne”,  in modo biblico (come già Paolo e Giovanni) egli intende la maniera di vivere di una persona che non fa riferimento  a Dio, che magari dice di credere nell’esistenza di Dio, ma di fatto non si aspetta da Dio che i beni della vita, non vive della fiducia del “sia fatta la tua volontà”, cerca di avere dalla vita i vantaggi per sé. Se mi metto nei panni di una persona che non ha una difesa grande in Dio, tutto dipende da me e quello che posso avere è ciò che mi procuro da solo: vivo in un’ansia tremenda, una febbrilità di fare massacrando le relazioni, che si perdono per strada. Pensate a  qualcuno che ha successo e accumula potere e ricchezza, ma a cinquanta anni si accorge che la vita volge al declino (di tutta questa ricchezza che se ne farà?), ha bisogno di adoperare altri essere umani per espandersi, comprandoli per soldi. Ma quando compri un altro non puoi essere sicuro della sua sincerità (servi e amministratori)  e siccome la gioia della vita dipende dalla qualità dei rapporti che hai, se non li hai li compri: queste persone cadono nell’infelicità, nella convinzione che  la felicità non è possibile e allora restano solo i piaceri e si dedicano a questo, pur sapendo che se il piacere non si apre alla felicità, alla fine perfino ti stomaca.
 
Se in una comunità le persone vivono secondo la “carne”, quella comunità si chiama “mondo”. Attenzione che anche i luoghi religiosi non ne sono esenti: se nel convento la superiora ci è arrivata per carriera e le suore si mordono tra loro, questo è “mondo” e loro sono “carne”.

Francesco dice allora che il Signore lo ha liberato da una situazione di “carne” in modo da non essere schiavo del “mondo”. Il Signore   gli ha dato sapienza e con il Suo amore lo ha attirato verso di sé: egli legge in modo semplice, vede le realtà con gli occhi di Gesù. Questa è la sapienza, che ti fa vedere la povertà migliore della ricchezza che ti allontana da Gesù. E’ facile tenere questa posizione in una situazione come quella che ci sta intorno?

Voi conoscete la “stupidera”? Se ho un’idea molto diversa dagli altri, dopo un po’ comincio a dubitare: c’è chi per questo ha lasciato la

fede

. Alla base non c’è una scelta: se prima facevi come fanno tutti, ora fai lo stesso e cambi partito. Non è facile vivere diversamente: la sapienza ha bisogno della pura santa semplicità, di stare attaccati al vangelo con la preoccupazione di capire per metterlo in pratica.

Ora sappiamo cosa faceva Francesco nelle quaresime: si metteva il collirio negli occhi dopo essere stato nel mondo per poter continuare a vedere con gli occhi di Gesù!

Se vivi così, fino a dove ciò ti spingerà? Difficile dirlo, non ti viene neanche in mente di spendere per avere di più di quel che ti è indispensabile, come in quella storiella del pescatore (“Che fai” – “Sto pescando, mi va di pescare” -  “Ma non è una perdita di tempo? Potresti guadagnare di più e poi potresti fare quello che vuoi!” - “E io voglio pescare”). Una volta che hai l’indispensabile, perché investire energie, passioni e sentimenti per avere di più ? Se guardi la realtà con gli occhi di Gesù, se ti accontenti, non hai bisogno di rapporti di dominio, nell’altro vedi un altro te stesso e gli vuoi bene. E’ allora che le persone tirano fuori da sé il meglio: situazione di grande felicità. La santa umiltà è riconoscere l’altro come figlio di Dio.

L’esito è la carità, maniera di amare al modo di Gesù : gratuita, senza tornaconto, neanche del “grazie”. Amare è una pratica impegnata,

fede

le, non un  sentimento, non ami quando ti va, ma sempre….  sua sorella è la santa obbedienza: la sperimenti come impegno costante e

fede

le. Gli altri ti sentono come una risorsa e ricorrono a te in ogni situazione, perché sai ascoltare in ogni situazione. Tu diventi una risorsa e gli altri possono disporre di te come vogliono: “allora sei perso”, diremmo noi; no, perché disporranno di te fin tanto che vorrà il Signore  e quindi non temere, abbi fiducia nel Signore. Questa è la gioia e il paradiso.

V - La

fede

ha una dimensione comunitaria, ecclesiale

“La

fede

ha una dimensione ecclesiale”: se il Signore   Dio   dona a me la

fede

, non la dona solo per me, ma l’accende in me perché illumini le persone con le quali vivo. Talvolta ci capita di chiederci: “Perché io ho la

fede

e lui no? È meno intelligente, meno buono? Eppure è onesto quasi più di me!” In questa situazione sono portato a pensare che la

fede

è addosso a me, ma illumina anche lui, come la sua onestà richiama me ad essere onesto. La grande impresa di Gesù dandoci la

fede

è quella di darsi un corpo. Il grande problema di Dio era : “Come faccio a far capire agli uomini che li amo gratuitamente?” Dio ha chiesto a Suo Figlio Gesù di farsi uomo per farci conoscere il Suo amore. Una volta risorto Gesù ha lo stesso problema del Padre e allora: “Con lo Spirito Santo radunerò un corpo che renderà visibile il mio amore”. E’ la dimensione missionaria e comunitaria della

Chiesa

. Non posso vivere la

fede

come mi pare, devo accettare la disciplina e l’insieme di norme morali indiscutibili avendo come riferimento il Catechismo. I sentimenti non rendono giusta una situazione sbagliata  (non puoi pretendere che ti si dia ragione se vivi in una situazione di adulterio: nessuno dice che sia facile,  ma Gesù dice “piuttosto tagliati la mano, togliti gli occhi”). Un cristiano, e tanto più se cattolico (il che significa che cresciamo insieme), deve stare alla disciplina dei santi comandamenti come sono nella

Chiesa

.

Ascoltiamo ancora Francesco: “Poi il Signore mi dette e mi da una cosi grande

fede

nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa

Chiesa

Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri.”
E ancora l’Ammonizione 26 : “Beato il cristiano che ha

fede

nei sacerdoti che vivono rettamente secondo le norme della santa

Chiesa

romana. E guai a quelli che non li rispettano. Ma anche se fossero peccatori nessuno li dovrebbe giudicare, poiché il Signore riserva a sé il giudizio su di loro. Infatti, come il loro ministero è il più alto che esista, in quanto essi soli consacrano e amministrano il corpo e il sangue del Signore, così coloro che mancano contro di essi commettono un male più grave che se mancassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo.”

L’Eucarestia diventa sorgente di un amore ordinato e comunitario, meta, fonte e culmine del cammino nella

Chiesa

. La

fede

, quando è sincera, fa sì che la persona illuminata ponga solo in Dio   e in Gesù ogni speranza, nessuna altra cosa è sorgente di speranza: se Dio è Dio,  così va trattato, non è che possiamo trattarlo da Dio per un po’ e per un po’ no, perché è la legge dell’amore, o tutto o niente:  pensate se Susi sposasse Marco ma solo il lunedì, martedì,  mercoledì, perchè poi gli altri giorni vuole stare con altri … Se Dio  è  Dio, il rapporto è assoluto, ogni atteggiamento che ammette altri criteri è un oltraggio a Dio: se un prete mette nella sua vita altro … , se chi si sente poco amato cade in uno stato di depressione perché gli manca l’amore … allora è ateo. Devo dire no all’idolatria, non posso cercare le sicurezze delle ricchezze, della fama, del prestigio, perfino non posso dire che la mia vita ha senso perché ci sono i risultati: se faccio la volontà di Dio, la faccio là dove e come il Signore  mi vuole e non ce n’è altra di migliore. Per chi ha fatto voto di obbedienza, l’obbedienza è questa volontà mediata dal comando dei superiori. Obbedienza al superiore è metterti nelle mani di Dio: non c’è altro posto dove si stia meglio. Se qui fosse un’assemblea di padri provinciali direi: “Curate l’unità e la prudenza”, ma per me che non sono provinciale è l’obbedienza al superiore, quella è la volontà di Dio  per me.

VI – Chi ha

fede

pone in Dio, e in Gesù, e solo in Dio e in Gesù, ogni speranza

E’ necessaria una vigilanza continua contro ogni forma di “idolo” che può portarci a mettere altrove la nostra fiducia: in ciò che possediamo, nel giudizio degli altri, nell’accesso a posti di prestigio e di potere… Neppure noi dobbiamo pretendere di giudicare noi stessi e la nostra esistenza in base ai risultati che otteniamo da essa. La nostra vita, quella di coloro che amiamo, è nelle mani di Dio, e solo Dio ne è giudice. Quanto a noi, dobbiamo cercare sempre e solo la sua volontà.

Andiamo a rileggere un testo altissimo, non ce n’è di più elevati nella tradizione cristiana come testimonianza di quanto è pura la

fede

dei

cristiani

. E’ il brano Della vera e perfetta letizia  (Fonti Francescane 278), quello nei testi originari, non nella versione dei Fioretti, versione morale.

Esorta Francesco: Fr. Leone, scrivi (con una nota ironica: voi che avete studiato queste cose le avete capite??) che la vera letizia (cioè felicità) non è se si sono fatti frati tutti i teologi di Parigi, e tutti i prelati d’oltralpe con il re di Francia e d’Inghilterra… e neppure se i frati tra gli in

fede

li hanno convertito tutti alla

fede

  o io ho ricevuto la grazia di risanare infermi e fare miracoli…Scrivi: non è vera letizia. Ma se torno da Perugia e a notte fonda arrivo al convento con i ghiaccioli che mi rompono la pelle alle caviglie e busso e il frate portinaio  mi riconosce e mi caccia  proprio perché mi riconosce (i Fioretti dicono che non lo riconosce, qui invece sì) dicendo: “Sei un povero misero, noi siamo tanti, non abbiamo più bisogno di te, neanche come poveraccio ti accolgo, non sono queste ore di arrivare, vai dai monaci e prova a chiedere là”. Se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, qui è la perfetta letizia e salvezza dell’anima.

Per capire questo brano bisogna ricordare cosa è successo alla Verna: Francesco è malato, ha continui sbocchi di sangue, il suo ordine sta andando per un’altra strada, mostrando tutta la fatica di portare il vangelo; egli sente che ha fallito, non è riuscito a fare ciò che Gesù gli aveva chiesto o pensa di aver capito male. Francesco alla Verna riceve le stigmate e con le stigmate riceve questo messaggio: “E’  tutto vero: stai male, stai per morire, i frati non ti capiscono, la missione è fallita …  non è così che assomigli a Gesù quando era sulla croce? Vorresti davvero che le cose fossero diversamente?”. Il brano della “Vera e perfetta letizia” è la confessione dei peccati di Francesco dopo l’esperienza della Verna e la descrizione della sua situazione attuale (egli alla fine però saprà alzarsi e dire ai frati :“Forza,  iniziamo a fare qualcosa per Dio, perché finora non abbiamo fatto nulla”). In pratica, nella prima parte Francesco fa l’elenco degli idoli di successo da cui voleva far dipendere la sua felicità (convertire i teologi francesi, trovare nei vescovi collaboratori attivi al rinnovamento della

Chiesa

, magari con l’aiuto del re di Francia e d’Inghilterra…) e  dice: “Ho sbagliato, non è lì la perfetta letizia”. Nella seconda parte, egli descrive la situazione in cui si trova (le malattie che lo portano alla morte e la sensazione di fallimento con i frati che non lo riconoscono più come guida e anche con la grande

Chiesa

) e dice: “Se mi accade tutto questo fallimento completo e mi manca l’indispensabile, e però avrò avuto pazienza, allora è perfetta letizia). Come tutti i mistici, Francesco non nomina Dio, ma ecco ciò che spiega tutto: “Se ho messo nelle mani di Dio  la mia vita, non mi turbo, qui sta la salvezza dell’anima”.

Come Francesco, è da quella parte che anche voi dovete camminare, e chi ha più fiato, più cammini… !

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Livio Fanzaga, Saverio Gaeta


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