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Padre Aldo e il bicchiere ricolmo di Cristo

10
GEN
2015
archiviato in attualità

«Se invece noi siamo tutti, completamente ricolmi di Cristo, allora niente può entrare. E per far questo occorre

preghiera

» -

Costanza Miriano

racconta l'incontro con padre Aldo.

di

Costanza Miriano

- Ieri mattina con mio marito abbiamo incontrato un santo. Si chiama Padre

Aldo Trento

e un sacco di gente lo conosce molto meglio di me, e da tempo, quindi forse non riuscirò ad aggiungere niente di nuovo, ma comunque non posso proprio tenermi tutto per me, per noi, il regalo che abbiamo ricevuto.

Padre

Aldo Trento

, come dice la mia amica Elisabetta, è un contenitore trasparente di misericordia. Trabocca misericordia ricevuta e la regala con ogni parola e ogni sguardo, pur non essendo affatto sdolcinato (ma anzi piuttosto incline al turpiloquio in caso di necessità).

Questa del contenitore trasparente è esattamente la stessa immagine che è venuta in mente anche a me mentre lo ascoltavo parlare, raccontare la sua vita in Paraguay e la storia che lo ha portato fin lì, ed è curioso che quando lo ho accompagnato alla stazione (sul mio cassonetto coi tergicristalli travestito da macchina) quella è stata proprio l’immagine con cui mi ha lasciata: “se il bicchiere non è tutto, completamente pieno di acqua, se c’è anche un minuscolo spazio vuoto, ci possono entrare altre cose, magari un moscerino, ma qualcosa entra. Se invece noi siamo tutti, completamente ricolmi di Cristo, allora niente può entrare. E per far questo occorre

preghiera

, e una fedeltà all’eucaristia e una frequenza massima del sacramento della confessione, che è l’unico che possiamo prendere anche cinquantamila volte nella nostra vita”.

“Io da quando la mamma mi ha fatto fare la prima confessione – ha raccontato Padre Aldo – non ho mai tralasciato di confessarmi almeno una volta alla settimana, a volte anche di più. Mai, mai tralasciato una settimana. E poi, l’altra cosa che mi ha difeso è stata l’obbedienza a qualcuno: io mi sono sempre fidato di Don Giussani, che ti guardava dentro, e aveva per ognuno una pedagogia particolare, individuale”.

Padre Aldo, lo ha già raccontato lui più volte, si era innamorato, ricambiato, di una donna, una vedova mamma di tre figli, ma essendo già sacerdote aveva consegnato il suo cuore a Dio attraverso l’obbedienza a Don Giussani, rimettendo a lui la decisione, consegnandogli con uno sforzo immane la sua libertà. Don Giussani non lo sgridò, non gli fece la predica per gli sbagli commessi, ma anzi gli disse di accogliere la realtà che bussava, di non buttare niente di quello che provava, rimanendo nell’obbedienza.

“Parti per il Paraguay” – fu però la sua risposta, che serviva a mettere una distanza tra lui e quella donna, per non perderla con il suo desiderio di possesso, che è poi il contrario del vero amore. Per quindici anni il Padre non ha dormito, e ha combattuto tutta una vita con la depressione. Ma di questo amore si è nutrita la sua opera laggiù, un’opera di una bellezza – dicono – impressionate (ospedali e chiesa e casa di accoglienza). Questo dolore, questa ferita, è stata la domanda che lo ha costretto a chiedersi “di chi sono io? A chi appartengo? A chi voglio piacere? Perché stare qui in questa fatica?”

La domanda che mi è venuta, perché io in fondo sono una borghesuccia che vuol fare la brava bambina, che ha paura di perdere la faccia, la reputazione, la stima della gente, è stata: “ma non ti sei mai rammaricato per avere fatto certi errori, per essere passato da questo dolore, non sarebbe stato meglio essere preservati?” No, perché dove c’è il peccato c’è la misericordia, altrimenti  rimani con una fede borghese, dove ti sistemi, vai avanti per abitudine, alla fine tutto ti va benino, ti sistemi nella tua vita, e Gesù Cristo diventa irrilevante (la ciliegina sulla torta, dice padre Emidio).

Così invece nell’abisso del dolore Padre Aldo si è dovuto chiedere ragione della fatica, ha dovuto gridare a Gesù, lasciarsi riempire da lui, davvero, perché era una questione di vita o di morte. Perché fino a che non è così noi non ci convertiamo davvero a Cristo, non riconosciamo che lui è la nostra vita, ed è la nostra verità, non nel senso che è un dispensatore di norme morali vere ma esterne a noi. Cristo è la nostra verità perché noi senza di lui non siamo.

Ci vorrebbe uno scrittore per rendere la misericordia, la tenerezza con cui Padre Aldo parla dei suoi malati, di quelli che accompagna a morire, dei bambini violentati che accoglie, dei trans e degli omosessuali malati di Aids che credono di essere stati castigati, per i quali lui perde la vita a cercare di farsi Cristo a loro, quel Cristo che non giudica nessun peccatore ma perdona e ama e basta.

A un certo punto mentre descrivevo le polemiche intorno al Sinodo e le fazioni e guardavo la faccia stralunata con cui padre Aldo mi ascoltava, mi sono sentita così ridicola, così buffa… Lo so sono questioni importantissime, ma in lui c’è solo – il bicchiere è pieno – l’urgenza di amare, abbracciare, ascoltare, mettersi al fianco di chi sta male per dirgli: sto male anche io. Non ho soluzioni però posso stare male vicino a te, ti abbraccio e mi faccio veramente vicino vicino a te. E posso dirti da chi devi farti riempire il bicchiere, perché il nostro desiderio di amore alla fine è desiderio di infinito.

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